Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 30, 2009

Testamento biologico, la truffa è servita

di Chiara Lalli (su Giornalettismo)

Approda in commissione sanità al Senato il nuovo testo unificato sul tema delle direttive anticipate. Negata ogni possibilità di scelta al paziente e di autodeterminazione del singolo: l’ennesima inammissibile violazione delle libertà personali

C’è un nuovo colpo di scena nella saga (o dovremmo dire soap opera vista l’interminabile durata?) del dibattito parlamentare sul testamento biologico, altrimenti definito direttive anticipate (DAT) o liwing will. Verrebbe da commentare: chiamatelo pure come vi pare a condizione che siano garantite le scelte delle persone – ragione per cui sarebbe importante una legge al riguardo, e non perché si sente la mancanza di una legge inutile o dannosa. Garantire il rispetto delle decisioni di ciascuno di noi quando non siamo più nelle condizioni di esprimere le nostre preferenze, questo dovrebbe regolamentare una buona legge.

COME DOVREBBE ESSERE – Pur rischiando di essere noiosi lo ripetiamo: il testamento biologico dovrebbe assicurarci la possibilità di esprimere oggi le nostre volontà per un tempo in cui non è più possibile farlo, perché abbiamo subito un incidente o perché l’aggravamento di una malattia ce lo impedisce. Dovrebbe, in altre parole, protrarre nel tempo un diritto che ci è già garantito e che è ben espresso nel consenso informato. Quando acconsentiamo ad un intervento già “estendiamo” le nostre volontà per il tempo della anestesia e del tempo che passeremo in stato di incoscienza (si pensi ad interventi che richiedono molte ore di anestesia generale e molte ore, se non giorni, di sedazione tale da impedire una manifestazione attuale del nostro volere). Scegliere se e come curarci, decidere come vivere a patto che la nostra decisione ricada su di noi è un diritto fondamentale. Il patto di non recare danno a terzi è rispettato se decido, ad esempio, di non nutrirmi, di non sottopormi alla chemioterapia o di non essere trachestomizzata.Il cuore della normativa sul testamento biologico dovrebbe essere la garanzia dell’autodeterminazione del singolo, sostenuta da articoli spesso citati, raramente presi sul serio. Basti pensare all’articolo 13 e 32 della Costituzione Italiana.
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Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 28, 2009

Eluana, il richiamo di Flick “Serve una legge chiara”

da http://www.repubblica.it
Sottolineato il valore e l’attualità della Costituzione: “Ai suoi
principi fondamentali è stato impresso lo spirito evolutivo”

ROMA – Su temi come il testamento biologico o il consenso ai trattamenti sanitari sono necessarie “chiare scelte legislative” perché gli aspetti in gioco non possono restare “incidentalmente sfiorati” dalla Corte Costituzionale, come è stato per la “drammatica vicenda” di Eluana Englaro. E’ questo il forte richiamo del presidente della Consulta, Giovanni Maria Flick. Che in occasione dell’udienza straordinaria alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano, ha qualificato come “risposta tecnica” quella data dai giudici costituzionali sul caso Englaro.

“E’ stata una risposta tecnica”. Il carattere tecnico della risposta, spiega Flick, è dato dal fatto che “non sono stati ritenuti sussistenti i presupposti ‘oggettivi’ del conflitto” in quanto Camera e Senato “più che censurare il modo di esercizio della giurisdizione ne avevano stigmatizzato il contenuto”. Tuttavia il presidente della Corte vuole “evitare fraintendimenti” e quindi rileva che, seppure “la materia sui cui si era innestato il conflitto è di altissimo risalto e tono costituzionale” (riguardando “temi come le scelte di autodeterminazione in ordine al diritto alla vita e alla salute, e il consenso ai trattamenti sanitari, la definizione di questi ultimi” etc.), la Consulta non ha però “potuto svolgere alcuna considerazione al riguardo: non per scelta elusiva, ma proprio perché ‘costretta’ a circoscrivere il suo sindacato negli angusti confini ‘tecnici'”.

“Servono leggi chiare”. In definitiva, Flick auspica che queste tematiche, “proprio perché coessenziali alla visione dei diritti fondamentali”, vengano definite da leggi chiare: “Perché solo con la legge – sostiene – può raggiungersi un ponderato equilibrio di valori in gioco, soprattutto di fronte alla ‘esplosione’ dei nuovi diritti determinata, in particolare, dalle incessanti conquiste della scienza e della tecnica”.

Altrimenti si crea il “diritto giurisprudenziale”. “Allo stesso modo – conclude il presidente della Consulta – solo l’enunciazione di un preciso dettato normativo è in grado di circoscrivere l’impiego di un ‘diritto giurispudenziale’ che altrimenti, secondo alcuni, correrebbe il rischio di spingersi oltre il limite dell’interpretazione; ma che al tempo stesso si giustifica in qualche modo con l’esigenza (fortemente avvertita dalla collettività) di non lasciare aree dell’ordinamento (specie se particolarmente ‘sensibili’) prive di garanzie e tutela giurisdizionale”.

“Fisiologica la tensione tra poteri dello Stato”. Dunque la tanto esecrata funzione di “supplenza” dei giudici, argomenta Flick, diventa necessaria in mancanza di chiare scelte da parte del legislatore. Detto questo, il presidente della Corte Costituzionale ammette che, in generale, “un certo stato di tensione tra il potere chiamato ad esercitare la funzione legislativa e l’ordine giudiziariom chiamato ad applicare le leggi è, per certi aspetti, un dato fisiologico ed ineludibile in qualsiasi democrazia moderna”.

“La conversione dei dl non è una sanatoria”. Flick si è anche soffermato su altri temi di rilevanza costituzionale, a cominciare da quello della conversione in legge dei decreti che, ricorda, “non può avere efficacia sanante dell’eventuale difetto dei presupposti di necessità e urgenza richiesti dalla Costituzione”.

“Servono norme per un processo equo”. “Il presidente della Consulta lamenta anche il fatto che sia rimasto inascoltato il monito, già lanciato dalla Corte Costituzionale, di “adottare i provvedimenti ritenuti più idonei per consentire all’ordinamento di adeguarsi alle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che abbiano riscontrato, nei processi penali, violazioni ai principi sanciti dall’articolo 6 della Cedu”, sul diritto a un processo equo.

“Creare una cultura della Costituzione”. Flick ha infine lamentato il disinteresse generalizzato e la scarsa conoscenza della Carta: “Da un lato, appare sterile continuare a interrogarsi, quasi a cadenze fisse, sull’attualità della Costituzione (con il conseguente corollario di polemiche tra quanti auspicano una ‘riscrittura’ della Carta e quanti ritengono invece sufficiente la sua ‘rilettura’) ove si consideri lo spirito ‘evolutivo’ che, assai opportunamente, i padri costituenti impressero nei suoi principi fondamentali”. “Solo creando una ‘cultura’ della Costituzione è possibile far sì – secondo il presidente della Corte – che la Carta, e lo spirito che essa esprime, diano vita a quello che è stato efficacemente il ‘diritto Costituzionale vivente”.

“Garantire agli immigrati i diritti fondamentali”. Flick ricorda infine che la Repubblica non può non garantire anche agli immigrati i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, non ci possono essere due pesi e due misure: “Al legislatore italiano è certamente consentito dettare norme che regolino, nel rispetto del canone della ragionevolezza e degli obblighi internazionali, l’ingresso e la permanenza di cittadini extracomunitari nel nostro Paese. Ma una volta che il diritto di soggiornare nel territorio nazionale non sia in discussione, non si possono discriminare gli stranieri, stabilendo nei loro confronti particolari limitazioni per il godimento dei diritti fondamentali della persona riconosciuti invece ai cittadini”.

(28 gennaio 2009)

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 28, 2009

Eluana, dalla clinica di Udine via libera al ricovero

da http://www.unita.it

Il Distretto sanitario di Udine ha dato parere favorevole alla domanda presentata dalla famiglia Englaro per il ricovero di Eluana in una delle strutture di sua competenza. Lo ha riferito il vicedirettore generale della casa di riposo udinese «La Quiete», Luciano Cattivello, spiegando che il parere, «non significa che la Quiete abbia già dato il proprio via libera all’accoglienza di Eluana per l’attuazione della sentenza di sospensione del trattamento di alimentazione-idratazione artificiale».

Eluana, in stato vegetativo da 17 anni – ha aggiunto Cattivello – si trova ora in lista di attesa al Distretto sanitario, dove un’unità di valutazione ha espresso parere positivo alla domanda di ingresso in una delle diverse strutture che fanno capo allo stesso distretto, tra le quali c’è anche «La Quiete».

«Presentata e ammessa la domanda – ha detto Cattivello – si tratta ora di verificare se chi si offre, cioè la nostra azienda di servizi alla persona, è in grado di soddisfarla. Stiamo ancora verificando se possiamo eseguire la sentenza – ha aggiunto – nel rispetto della legittimità e della legalità». Cattivello ha riferito che il percorso di verifica «è alle battute finali». A suo parere, «la Quiete dovrebbe esprimersi per il sì o per il no all’accoglienza di Eluana per il fine settimana».

Qualora la casa dovesse dare parere favorevole, «ci vorrebbe poi una serie di giorni prima dell’arrivo di Eluana – ha concluso Cattivello – perché si devono preparare i locali e organizzare l’equipe medica».

28 gennaio 2009

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 27, 2009

Morire di indecisione

dagli amici di Pennarossa

Il senatore Ignazio Marino è l’esempio di come sia possibile conciliare la “moderazione” e il “cattolicesimo” con la laicità e la visione moderna dello Stato.
L’averlo “arruolato” tra i propri parlamentari è uno dei (pochi) meriti che va riconosciuto a chi – nel Partito Democratico – ha deciso di avvalersi delle sue indiscusse conoscenze in campo medico.

Perché allora vanificare l’ottimo lavoro che il senatore Marino ha svolto e sta svolgendo dentro al PD e nel Parlamento italiano? Perché mortificare la sua proposta di legge sul testamento biologico – giudicata da molti come una proposta chiara ed equilibrata – scegliendo di non decidere ed inventandosi la formula pilatesca dell’”orientamento prevalente”?

Di tutto questo il senatore Marino è ben cosciente, come è cosciente soprattutto del messaggio negativo che questo atteggiamento può trasmettere. la sua lettera indirizzata a Repubblica di oggi suona come un ultimo, estremo tentativo di richiamare il Partito Democratico ad un dovere al quale non può (e non deve) sottrarsi:

“Sul tavolo c’è la questione di come il mondo politico italiano affronterà i temi eticamente sensibili: avrà un atteggiamento laico, disposto ad ascoltare le ragioni della scienza, rivolto a ricercare le soluzioni migliori nell’interesse di tutti e soprattutto dei più deboli, oppure avrà un comportamento sottomesso all’ideologia degli schieramenti e alla logica dell’uno contro l’altro”?

Per questo chiediamo a tutti i democratici di sostenere il senatore in questa battaglia, di non tirarsi indietro di fronte ad una questione cosi importante e delicata su cui la nostra legilaslazione è ancora colpevolmente carente. Facciamo arrivare la nostra voce all’interno del partito e sulle scrivanie di coloro che avranno l’importante compito di votare, per nostro conto, in quell’aula. Perchè riesca a nascere finalmente un PD laico e consapevole della propria identità.

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 27, 2009

Lettera di Ignazio Marino a La Repubblica

La Repubblica, 27 gennaio 2009

Parole chiare dal Pd
IGNAZIO MARINO

CARO direttore, in medicina è noto che di fronte ad una grave malattia la cosa da fare è affrontarla subito e intervenire con determinazione, perché il male non si ferma da solo e, se trascurato, danneggerà l’intero organismo. E un criterio che andrebbe applicato alla nostra società e che si adatta in modo particolare alla situazione che sta vivendo il Partito democratico. La malattia in questione è l’indecisione, o meglio l’incertezza che si percepisce nel difendere senza indugio alcuni principi basilari, come la laicità dello Stato.
Io, come tutti i democratici, credo in una società fortemente ancorata ai principi della libertà, del rispetto, dell’uguaglianza, del diritto. Sono elementi irrinunciabili in cui si riconoscono quasi tutti i cittadini italiani, a partire dagli oltre tre milioni che parteciparono entusiasticamente alle primarie del Pd nel 2007. Ma se il Pd si propone come sostenitore di queste istanze, è fondamentale che le sue azioni siano conseguenti e per questo deve trovare il passo giusto per operare scelte chiare, altrimenti le sue esitazioni diverranno la sua più grande debolezza. Prendere una posizione chiara su un tema specifico non significa negare le diversità o non ammettere il pluralismo e la libertà di coscienza, ci mancherebbe altro, significa però condividere i grandi principi e non avere alcuna esitazione nel momento in cui c’è bisogno di schierarsi dalla parte della libertà e dei diritti civili.
Questo ragionamento oggi è valido per il testamento biologico, dato che il Pd si appresta al confronto con la destra nelle aule parlamentari. Ma si riproporrà domani sulle unioni civili, sulla ricerca sulle cellule staminali, sul destino degli embrioni abbandonati da anni a morire nei congelatori, sulle adozioni per i single e si potrebbe continuare. La necessità di prendere una posizione netta (qualunque essa sia) su tematiche delicate, che mettono in gioco non solo la politica ma anche la coscienza di ognuno, la cultura, la fede, sarà sempre più frequente. Attraversiamo un’epoca in cui la rapida, e storicamente medita, evoluzione del progresso scientifico propone, forse impone, alla società, e a chi ricopre il ruolo di rappresentare l’orientamento popolare, interrogativi continui e molto complessi.
Mi auguro che questo sia evidente ormai a tutti: non si tratta solo di arrivare ad una singola legge, speriamo condivisa ed efficace, sul testamento biologico; non si tratta solo di riflettere sulla drammatica e penosa vicenda di Eluana Englaro. Sul tavolo c’è la questione di come il mondo politico italiano affronterà i temi eticamente sensibili: avrà un atteggiamento laico, disposto ad ascoltare le ragioni della scienza, rivolto a ricercare le soluzioni migliori nell’interesse di tutti e soprattutto dei più deh oli, oppure avrà un comportamento sottomesso all’ideologia degli schieramenti e alla logica dell’uno contro l’altro? E in che misura si terrà conto delle espressioni di alcuni vescovi, la cui complessa missione è di formare le coscienze e indicare l’etica cattolica ma non di scrivere le leggi di uno stato laico?
Di fronte a questa situazione io sento la necessità di rivolgermi ai parlamentari del mio partito ma anche a tutti gli altri, a coloro che credono nella libertà come valore fondante della vita e della dignità degli esseri umani. Chiedo di affrontare il dibattito parlamentare sulle dichiarazioni anticipate di trattamento proprio seguendo questo spirito di libertà. A chi è credente, come me, e a chi non lo è, chiedo di ascoltare ciò che gli suggerisce la ragione e la coscienza e di valutare con sincerità, all’interno del suo animo, se è davvero convinto di fare approvare una legge in cui si decide di togliere all’individuo la libertà di poter scegliere. E bene ricordare che la legge proposta dalla destra va contro il principio della nostra Costituzione, la quale sancisce il diritto alla cura ma non il dovere alle terapie: la norma che saremo chiamati a votare, prevede infatti che idratazione e alimentazione artificiali siano sempre somministrate a qualunque paziente incapace di esprimere il proprio consenso.
In questo modo sarà eliminato il ruolo del medico, che invece dovrebbe suggerire, in base alle sue conoscenze e alle indicazioni del paziente, quando somministrare o sospendere tali terapie, e sarà sottratta a ciascuno di noi la possibilità di indicare le proprie volontà. Oltretutto, si andrà contro l’orientamento della stragrande maggioranza degli italiani che, come confermato da un sondaggio pubblicato su questo giornale, in ottanta casi su cento affermano di voler decidere autonomamente o con l’ausilio di un familiare sulle terapie di fine vita.
Più in generale, sono convinto che proprio su questi te mi, sui diritti delle persone, sugli interrogativi che
riguardano la vita e la morte e la loro relazione con le nostre radici cristiane e con il progresso della scienza, vada rafforzata l’identità del Pd. Un’identità che si costruisce coinvolgendo e ascoltando le tante persone che hanno aderito ad un progetto e con cui il legame si sta allentando. Non può crescere la forza e il radicamento di un partito nel tessuto sociale se sui grandi temi, invece di cercare il contributo dei suoi elettori, si vogliono più semplicemente individuare mediazioni attraverso la discussione, per quanto approfondita, all’interno della classe dirigente.
L’attenzione alle sofferenze altrui, l’autonomia dell’individuo di fronte alla scelta delle cure mediche, il rispetto delle sentenze della magistratura, dovrebbero essere punti fermi per chi si riconosce nel Pd. La debolezza di identità si traduce in caduta di autorevolezza. E’ un fatto umano e diffuso in molti settori, dalla medicina alla musica, ma in politica è diverso: non si allontanano i pazienti o la possibilità di esibirsi in sale da concerto prestigiose, in politica chi perde autorevolezza paga con il calo dei consensi e della partecipazione.

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 26, 2009

Il Tar: sì al ricorso del papà di Eluana

da http://www.lastampa.it

Annullato il provvedimento con il quale la Regione Lombardia aveva negato la possibilità al personale sanitario di interrompere l’alimentazione
MILANO
Il Tar ha accolto il ricorso di Beppino Englaro e ha annullato il provvedimento con il quale la Regione Lombardia aveva negato la possibilità a tutto il personale sanitario di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali a Eluana. Beppino Englaro, il padre di Eluana, tramite i suoi legali aveva impugnato il provvedimento dello scorso settembre della regione Lombardia con riserva di chiedere la sospensiva. Sospensiva chiesta infatti lo scorso 31 dicembre. Giovedì scorso, davanti alla terza sezione del Tar, si è tenuta l’udienza camerale che inizialmente doveva appunto riguardare le richiesta di sospensiva. Ma su richiesta del professor Vittorio Angiolini, legale di Englaro, e dell’avvocato Franca Alessio, curatrice speciale di Eluana, i giudici hanno deciso di entrare nel merito della vicenda e, con giudizio breve, emettere una sentenza, relativa alla richiesta di annullamento dell’atto amministrativo della direzione generale dell’assessorato alla sanità.

«Siamo soddisfatti perchè abbiamo ottenuto la conferma dell’assoluta legittimità della richiesta di Beppino Englaro ad attuare la sentenza». Così il professor Vittorio Angiolini commenta la decisione del Tar di annullare il provvedimento con cui la Regione Lombardia negava al personale sanitario di interrompere i trattamenti che tengono in vita Eluana Englaro. «Il nostro ricorso è stato accolto su tutta la linea, quello della Regione è un provvedimento illegittimo e c’è un obbligo preciso e rigoroso del sistema sanitario regionale di dare seguito all’interruzione dei trattamenti».

La Regione Lombardia non dovrà solo annulare il provvedimento che impedisce ad Eluana di rivolgeresi ad una struttura lombarda ma dovrà anzi indicare lei stessa un luogo che soddisfi le esigenze di Beppino Englaro. «Conformandosi alla presente sentenza – scrive – l’Amministrazione Sanitaria, in ossequio ai principi di legalità, buon andamento, imparzialità e correttezza, dovrà indicare la struttura sanitaria dotata di requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi tali da renderla ’confacentè agli interventi e alle prestazioni strumentali all’esercizio della libertà costituzionale di rifiutare le cure, onde evitare all’ammalata (ovvero al tutore e curatore di lei) di indagare in prima persona quale struttura sanitaria sia meglio equipaggiata al riguardo».

Per Beppino Englaro, padre di Eluana, «non c’è nessun commento» da fare sulla sentenza con cui il Tar ha accolto il ricorso da lui presentato, respingendo l’istanza della Regione Lombardia che negava la disponibilità di una struttura per eseguire la sentenza che autorizzava l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione artificiale per la donna. «La sentenza parla da sè – ha detto Englaro – non c’è nessun commento da fare, basta leggere e ci si rende conto che, grazie a Dio, viviamo in uno Stato di diritto».

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 26, 2009

Il Tar dà ragione a Englaro Sì al ricorso anti -Lombardia

da http://www.corriere.it
Annullato il provvedimento con cui la Regione negò al personale sanitario di interrompere l’alimentazione
MILANO – Su Eluana i giudici danno ancora una volta ragione a Beppino Englaro. Il Tar lombardo ha accolto il ricorso del padre della ragazza in coma irreversibile da 17 anni e ha annullato il provvedimento con il quale la Regione Lombardia, il 3 settembre scorso, ha negato la possibilità a tutto il personale sanitario di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali a Eluana. La Regione, ha commenta il legale di Beppino Englaro, Vittorio Angiolini «dovrà indicare una struttura sanitaria idonea, dove eseguire il decreto che dispone l’interruzione dell’idratazione e alimentazione forzata per Eluana Englaro. Lo stabilisce la sentenza del Tar, che ha accolto in pieno le nostre richieste», ha detto Angiolini.

«RIFIUTARE LE CURE È UN DIRITTO ASSOLUTO» – « Il diritto costituzionale di rifiutare le cure – scrive il Tar della Lombardia nella sentenza che ha accolto il ricorso di Beppino Englaro -, come descritto dalla Suprema Corte, è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata». «Conformandosi alla presente sentenza – si legge ancora – l’Amministrazione Sanitaria, in ossequio ai principi di legalità, buon andamento, imparzialità e correttezza, dovrà indicare la struttura sanitaria dotata di requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi tali da renderla “confacente” agli interventi e alle prestazioni strumentali all’esercizio della libertà costituzionale di rifiutare le cure, onde evitare all’ammalata (ovvero al tutore e curatore di lei) di indagare in prima persona quale struttura sanitaria sia meglio equipaggiata al riguardo».

L’ITER – Il provvedimento della Lombardia è stato impugnato da Beppino Englaro con riserva di chiedere la sospensiva (sospensiva chiesta infatti lo scorso 31 dicembre). Giovedì scorso, davanti alla terza sezione del Tar, si è tenuta l’udienza camerale che inizialmente doveva appunto riguardare le richiesta di sospensiva. Ma su richiesta del professor Vittorio Angiolini, legale di Englaro, e dell’avvocato Franca Alessio, curatrice speciale di Eluana, i giudici hanno deciso di entrare nel merito della vicenda e, con giudizio breve, emettere una sentenza, relativa alla richiesta di annullamento dell’atto amministrativo della direzione generale dell’assessorato alla sanità.

«SODDISFATTO» – «Non posso che essere soddisfatto» è stato il commento del padre di Eluana sulla sentenza del Tar. Beppino Englaro non ha voluto aggiungere altro. L’autorizzazione alla sospensione del trattamento vitale era stata data lo scorso 9 luglio con un decreto dei giudici della Corte d’Appello di Milano.

26 gennaio 2009

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 26, 2009

Eluana, il Tar dà ragione al padre sì al ricorso contro la Regione Lombardia

da http://www.repubblica.it
di PIERO COLAPRICO
MILANO – Il Tar ha accolto il ricorso del professor Vittorio Angiolini e dell’avvocato Franca Alessio contro la Regione Lombardia e il caso Englaro torna a far discutere.

Prima di tutto, il Tar dice quello che decine di giuristi, tranne una minoranza fortemente orientata non solo dal codice, ma anche dalla religione, affermava: e cioè che la decisione della corte d’appello di Milano rappresenta un accertamento definitivo e non più impugnabile.

Ma non solo. Un padre, che in assenza di leggi, ha colmato i vuoti, passaggio legale dopo passaggio legale, dai primi passi mossi insieme all’avvocato Maria Cristina Morelli a questi ultimi che l’hanno portato a vincere anche in Cassazione, ha quindi il “diritto-potere” di esercitare come di rifiutare le cure in nome e per conto di sua figlia. Papà Beppino, che dal 2000, diceva di essere “la voce di Eluana”, può dunque farla sentire e sostenere che quell'”invasione di mani altrui”, dopo 17 anni e otto giorni di stato vegetativo persistente, va rifiutata.

C’è un passaggio ancora più profondo, che va in contrasto con alcune richieste della curia torinese: l’obiezione di coscienza, dice il Tar, in questo caso non c’è. Infine, se questo è il quadro, la Regione Lombardia non può negare di sospendere le cure e deve anche indicare la struttura adeguata.

Come si vede, il presidente Roberto Formigoni esce sconfitto sul piano del diritto da questa decisione. Esce sconfitto anche quel gruppo di persone collegate al ministero del Welfare che in questi mesi hanno trasformato una tragedia in una guerra senza esclusione di colpi bassi. “Io – dice il professor Angiolini – ho fatto il possibile per affarmare quello che il signor Englaro mi ha sempre chiesto, di provare a vivere in uno stato di diritto, facendo ogni cosa alla luce del sole. Non ho mai avuto dubbi della vittoria nei tribunali, ma il prezzo personale che ha pagato e che paga la famiglia che assisto è davvero alto”.
(26 gennaio 2009)

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 25, 2009

Petizione sull’Unità “Eluana è nostra figlia”

http://www.unita.it/

Eluana è anche nostra figlia. Ci rivolgiamo attraverso questo appello alle massime istituzioni della Repubblica perché ciascuna per la sua parte si impegni a far rispettare una sentenza definitiva ed esecutiva.

Perché in Italia il diritto abbia la meglio sui ricatti, le intimidazioni, l’oscurantismo di chi non tiene conto della tragedia di una famiglia, simbolo di altre migliaia di persone che si trovano nella medesima situazione.

Eluana è anche nostra figlia.

Per aderire firma il nostro appello specificando semplicemente nome, cognome e città

Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 24, 2009

Il caso Eluana nel Paese della doppia obbedienza

di EZIO MAURO
In modo probabilmente inconsapevole, ma certamente per lui doloroso, Beppino Englaro sta portando alla luce giorno dopo giorno alcuni nodi irrisolti dello Stato moderno di cui siamo cittadini, e a cui guardiamo – o dovremmo guardare – come all’unico titolare della sovranità. Questo accade, come ricorda Roberto Saviano, perché il padre di Eluana cerca una soluzione alla sua tragedia familiare in forma pubblica, quasi pedagogica proprio perché la rende universale, sotto gli occhi dell’intero Paese, costretto per la prima volta a interrogarsi collettivamente sulla vita e sulla morte, a partire dalla pietà per un individuo. A parte la meschinità di chi cerca un lucro politico a breve da questo dramma personale e nazionale, trasformando in frettolosa circolare di governo le richieste della Chiesa contro una sentenza repubblicana, e a parte i ritardi afasici di chi dall’altra parte si attarda invece a parlare di Villari, quello che stiamo vivendo – e soffrendo – è un momento alto della discussione civile e morale del Paese. A patto di intendersi.

Fa parte senz’altro della discussione pubblica, che deve interessare tutti, l’intervento del Cardinale Poletto. È vescovo di Torino, la città dove la presidente della Regione, Mercedes Bresso, si è detta pronta ad ospitare Eluana e la sua famiglia per quell’ultimo atto che lo Stato ha riconosciuto legittimo con una sentenza definitiva, e che il governo vuole evitare con ogni mezzo. Mentre altri cattolici hanno sostenuto che “la morte ha trovato casa a Torino” il Cardinale non ha usato questi toni, ma ha detto che condanna l’eutanasia, anche se si sente vicino al padre di Eluana, prega per lui e non giudica. Vorrei però discutere pubblicamente, se è possibile, il significato più profondo e la portata di due affermazioni del Cardinale.

La prima è l’invito all’obiezione di coscienza dei medici, che per Poletto devono rifiutarsi in Piemonte di sospendere l’alimentazione forzata ad Eluana, entrando in contrasto con la richiesta della famiglia e con la sentenza che la legittima. Non c’è alcun dubbio che la coscienza individuale può ribellarsi a questo esito, e il medico – credente o no – può vivere un profondo travaglio tra il suo ruolo pubblico in un ospedale statale al servizio dei cittadini e delle loro richieste, il suo dovere professionale che lo mette al servizio dei malati e delle loro sofferenze, e appunto i suoi convincimenti morali più autentici. Questo travaglio può portare a decisioni estreme assolutamente comprensibili e rispettabili, come quella di obiettare al proprio ruolo pubblico e al proprio compito professionale perché appunto la coscienza non lo permette, costi quel che costi: e in alcuni casi, come ha ricordato qui ieri Adriano Sofri, il costo di questa opposizione di coscienza è stato altissimo.
Mi pare – appunto in coscienza – molto diverso il caso in cui i credenti medici vengono sollecitati collettivamente da un Cardinale (quasi come un’unica categoria professionale e confessionale da muovere sindacalmente) a mobilitarsi nello stesso momento e ovunque per mandare a vuoto una sentenza dello Stato, indipendentemente dalla riflessione morale e razionale di ognuno, dai tempi e dai modi con cui liberamente ciascuno può risolverla, dalle diverse sensibilità per la pietà e per la carità cristiana, pur dentro una fede comune. Qui non si può parlare, se si è onesti, di obiezione di coscienza: semmai di obbligazione di appartenenza, perché l’identità cattolica di quei medici diventa leva e strumento collettivo su cui puntare con impulso gerarchico per vanificare una pronuncia della Repubblica.

Questo è possibile perché il Cardinale spiega con chiarezza la concezione della doppia obbedienza, e la gerarchia che ne consegue. Lo Stato moderno e laico, libero “dalla” Chiesa mentre la garantisce libera “nello” Stato, applica la distinzione fondamentale tra la legge del Creatore e la legge delle creature. Poletto sostiene invece che poiché la legge di Dio non può mai essere contro l’uomo, andare contro la legge di Dio significa andare contro l’uomo: dunque se le due leggi entrano in contrasto “è perché la legge dell’uomo non è una buona legge”, ed il cattolico può trasgredirla. La legge di Dio è superiore alla legge dell’uomo.

Su questa dichiarazione vale la pena riflettere, per le conseguenze che necessariamente comporta. È la concezione annunciata pochi anni fa dal Cardinal Ruini, secondo cui il cattolicesimo è una sorta di seconda natura degli italiani, dunque le leggi che contrastano con i principi cattolici sono automaticamente contronatura, e come tali non solo possono, ma meritano di essere disobbedite. Da questa idea discende la teorizzazione del nuovo cattolicesimo italiano di questi anni: la precettistica morale della Chiesa e la sua dottrina sociale coincidono con il diritto naturale, dunque la legge statale deve basare la sua forza sulla coincidenza con questa morale cattolica e naturale, trasformando così il cattolicesimo da religione delle persone in religione civile, dando vita ad una sorta di vera e propria idea politica della religione cristiana.

Ma se la legge di Dio è superiore alla legge dell’uomo, se nella doppia obbedienza che ritorna la Chiesa prevale sullo Stato anche nell’applicazione delle leggi e delle sentenze, nascono due domande: che cittadino è il cattolico osservante, se vive nella possibilità che gli venga chiesto dalla gerarchia di trasgredire, obiettare, disubbidire? E che concezione ha la Chiesa italiana, con i suoi vescovi e Cardinali, della democrazia e dello Stato? Qualcuno dovrà pur ricordare che nella separazione tra Stato e Chiesa, dopo l’unione pagana delle funzioni del sacerdote col magistrato civile, la religione non fa parte dello “jus publicum”, la legge umana non fa parte di quella divina con la Chiesa che la amministra, le istituzioni pubbliche e i loro atti sono autonomi dalle cattedre dei vescovi e dal magistero confessionale.

Il cittadino medico a cui si ordina di agire in nome di una terza identità – suprema – , quella di cattolico, non obietta in nome della sua coscienza, ma obbedisce ad un’autorità che si contrappone allo Stato, e chiede un’obbedienza superiore, definitiva, totale alla Verità maiuscola, fuori dalla quale tutto è relativismo. Solo che in democrazia ogni verità è relativa, anche le fedi e i valori sono relativi a chi li professa e nessuno può imporli agli altri. Perché non esiste una riserva superiore di Verità esterna al libero gioco democratico, il quale naturalmente deve garantire la piena libertà per ogni religione di pronunciarsi su qualsiasi materia, anche di competenza dello Stato, per ribadire la sua dottrina. Sapendo che così la Chiesa parla alla coscienza dei credenti e di chi le riconosce un’autorità morale, ma la decisione politica concreta nelle sue scelte spetta all’autonoma decisione dei laici – credenti e non credenti – sotto la loro responsabilità: che è la parola della moderna e consapevole democrazia, con cui Barack Obama ha siglato l’avvio della sua presidenza.

Dunque non esiste una forma di “obbligazione religiosa” a fondamento delle leggi di un libero Stato democratico, nel quale anzi nessun soggetto può pretendere ” di possedere la verità più di quanto ogni altro possa pretendere di possederla”. Ne dovrebbe discendere finalmente una parità morale nella discussione pubblica, negando il moderno pregiudizio per cui la democrazia, lo Stato moderno e la cultura civica che ne derivano sono carenti senza il legame con l’eternità del pensiero cristiano, sono insufficienti nel fondamento. È da questo pregiudizio che nasce la violenza del linguaggio della nuova destra cattolica contro chi richiama la legge dello Stato, le sentenze dei tribunali, le norme repubblicane. Come se per i laici la vita non fosse un valore, e praticassero la cultura della morte. Come se il concetto di libertà per una famiglia dilaniata, di fraternità per un padre davanti ad una prova suprema, di condivisione per il suo dolore che non è immaginabile, non contassero nulla. Come se la coscienza italiana fosse solo cattolica. Infine, come se la coscienza cattolica, in democrazia, fosse incapace di finire in minoranza davanti allo Stato.

(24 gennaio 2009)

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