Pubblicato da: liberidiscegliere | gennaio 17, 2009

Lo sfogo di papà Beppino:”Non potevo costringerli”

DAL NOSTRO INVIATO PIERO COLAPRICO

LECCO – Era da prima di Natale che papà Beppino non ci credeva più: “La vita insegna che il sì o il no non hanno bisogno di molto tempo”. Aspettava, senza grandi speranze, questo dietro front della clinica Città di Udine. Ogni tanto, qualcuno lo chiamava, dal Friuli, per raccontargli di trattative, di possibilità, di strade aperte: “Sono scettico”, era la sua risposta invariabile. Ad uno dei suoi amici friulani, scherzando, aveva replicato con una battuta: “Come sai, ormai mi sono trasferito nei luoghi manzoniani. E, come scriveva il Manzoni, il coraggio uno ce l’ha, non è che se lo può dare”.

Sono diciassette anni domani, dal giorno dell’incidente che spezzò la vita di Eluana. Sono stati un calvario: non deve stupire che non ci sia ieri traccia di rabbia, o di delusione cocente in uno come Beppino. “Per me – spiegava giorni or sono ai suoi interlocutori friulani – sia alcuni politici locali sia alcuni medici sia i responsabili della clinica sono stati coraggiosi a dire di sì, visto lo sbarramento ideologico che è stato messo in piedi. Perciò posso solo ringraziare. Non ho potere di costringere chi s’è offerto”.

Ecco anche perché, appena si è saputo che il verdetto della direzione sanitaria era negativo dopo un mese di bagnomaria, non è stata sollevato in pubblico la minima polemica: “Il padre e tutore e la curatrice speciale Franca Alessio – hanno scritto i due – ringraziano la direzione generale e la direzione sanitaria della casa di cura Città di Udine per la grande umanità disponibilità e generosità dimostrata sino al 16 dicembre 2008. Rispettano per altro la decisione contraria ora assunta dopo l’atto di indirizzo del ministro Sacconi e non hanno altro d’aggiungere e commentare”.

Una dichiarazione che si integra perfettamente con quella del “braccio legale” di questa vicenda umana, politica, medica, giudiziaria, l’avvocato e costituzionalista Vittorio Angiolini: “D’ora in poi pianificheremo le nostre mosse senza rendere partecipe la stampa. Siamo sempre stati trasparenti, perché non abbiamo nulla da nascondere, ma mi sa che una maggiore riservatezza si va imponendo per far valere le nostre ragioni. Abbiamo varie strade, le prenderemo tutte come e quando decideremo noi, perché se questo è uno stato di diritto, noi daremo giustizia alla famiglia Englaro. A tal proposito, bisognerebbe che il ministro Sacconi facesse conoscere a tutti le minacce rivolte alla clinica, ed evidentemente non rese pubbliche, per indurla a tornare sui propri passi, visto che temono addirittura per il posto di lavoro”.

Il meno strategico è il professor Carlo Defanti, neurologo di Eluana: “Il potere esecutivo ha scalfito il coraggio della casa di cura di Udine. La responsabilità è del governo, Eluana continua a non vedere rispettata la propria volontà. Dirsi fiduciosi è sicuramente dir troppo, capisco la scelta di far entrare questa storia di Eluana quasi in clandestinità”. Una famiglia, dunque, ridotta a “sparire”, anche se è difficile che capiti davvero.

Il 22 gennaio, davanti al Tar, c’è l’udienza per costringere la regione Lombardia a sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali. Nel frattempo, si valutano altre possibilità. La parola fine non c’è. Ci sarà quando Eluana, parole del padre, “riprenderà il suo cammino della morte naturale, interrotta dalla rianimazione e dalle terapie forzate”.

Quel resta a Beppino è anche il conforto degli amici friulani. “Il coraggio di come abbiamo affrontato il terremoto è un ricordo”, rilanciano. Ma anche per loro è molto difficile mettersi nella prospettiva di vita di uno come questo padre che ama sua figlia, al punto tale da voler vederne esaudita la volontà, anche quando questa volontà se n’è andata: insieme con le altre facoltà intellettive, insieme con le sensazioni come la sete, la fame, l’affetto, la riconoscenza. È talmente difficile per un padre restare saldo di fronte a quest’enormità, che le altre avversità sono tutt’al più “punture di spillo”, come una volta le ha chiamate. Dal professore che va a “far visita” a Eluana, se ne sta zitto per quasi un anno, poi annuncia che Eluana può deglutire e può essere nutrita con il cucchiaio (non esiste in medicina). Alle accuse di “omicidio” che gli arrivano, di voler “condannare a morte” sua figlia, quando il rifiuto delle cure è una prerogativa che spetta ai sani e, quindi, potrebbe spettare anche ai malati, se l’avevano specificato. Amarezze e crudeltà che solo il silenzio lenisce.

(17 gennaio 2009)

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