Pubblicato da: liberidiscegliere | novembre 22, 2008

Un confronto che fa pensare

Obama e l’assisted suicide
di Chiara Lalli

L’entusiasmo italiano per la vittoria del candidato democratico in Usa non sembra poter portare a interventi concreti simili a quelli americani. Dove, ad esempio, il suicidio assistito è già una realtà.

L’entusiasmo obamiano ha travolto tutti – almeno molti. Feste, bandierine, facce inebetite. L’augurio, adesso, è che tutto questo invocare il nuovo, “we can”, i diritti civili e i cambiamenti non rimangano vuote parole, dimenticate e rimpiazzata dalla palude indigena. Certo la figura barbina del cavaliere e di altri stimabili rappresentati del nostro Paese non va in questa direzione. Basterebbe che una parte della sentita partecipazione alla vittoria di Barack Obama fosse trasformata in azioni per rimediare al paternalismo e al clima illiberale. Ma i segnali sono sconfortanti.

L’esempio più significativo è la discussione sul testamento biologico: verosimilmente uscirà dal Parlamento una legge profondamente lesiva dell’autodeterminazione e del buon senso (perché si vuole rendere il testamento non vincolante; si vuole sottrarre alla decisione la nutrizione e l’alimentazione forzata; si vuole introdurre l’obiezione di coscienza – si vuole, in un parola, mangiare dall’interno il corpo normativo e consegnare una carcassa in putrefazione).

LEGGI E INZIATIVE – Cosa succede intanto nel Paese di Obama? Oltre a ricordare, che non fa male, che il neo presidente è un sostenitore del diritto di scelta in materia di aborto, in questi giorni è stata approvata Initiative 1000 – sottotitolo “It’s my decision!”. Il 58% dei cittadini americani dello Stato di Washington ha votato a favore del suicidio assistito, il 42 contro. I medici sono autorizzati a prescrivere farmaci letali per i malati terminali (quelli che lo richiedono, si tranquillizzino gli urlatori: nessuna eutanasia di Stato, nessun elenco di persone da eliminare, nessuna lista nera). Il vicino Stato dell’Oregon è l’unico ad avere una legge sulla fine vita, il “Death with Dignity Act”, che ha ispirato l’I-1000. Il paziente deve essere maggiorenne, capace di intendere e di volere, residente nello Stato dell’Oregon. Deve fare due richieste a voce e una scritta, con almeno due testimoni; i medici devono certificare la condizione terminale e una sopravvivenza di circa sei mesi.

LE PROTESTE – Non mancano le polemiche e le proteste, ovviamente. Ma protestino pure: se c’è una legge che garantisce la libertà di scelta, le proteste sono come il ronzio di una mosca in lontananza in una giornata di sole. Arthur Caplan, direttore del Center for Bioethics (University of Pennsylvania) ha detto che le decisioni di fine vita saranno un patata bollente nei prossimi anni e per molti Stati. Anche perché la popolazione invecchia, le malattie si cronicizzano, le cure palliative e l’assistenza domiciliare scarseggiano. Un altro aspetto spesso taciuto perché solleva reazioni pavloviane di scandalo è quello delle spese per imalati terminali (nel 1998 il New England Journal of Medicine stimava che la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito avrebbe ridotto la spesa sanitaria statunitense di 627 milioni di dollari ogni anno). Ignorarlo o fare finta che non sia un problema è ingenuo e, soprattutto, non risolve il dilemma dell’equa distribuzione sanitaria e della giustizia sociale.

IL CASO ITALIANO – Perché se le risorse fossero illimitate, se fosse possibile garantire a tutti cure e assistenza, sarebbe immorale non farlo. Ma le risorse sono finite e devono essere distribuite il più equamente possibile. Proprio come nel caso di chi aspetta un organo: come stabilire i criteri della lista d’attesa? Come decidere di scartare un richiedente o di favorirne un altro? La risposta è difficile e dolorosa, ma non si può evitarla alla voce di “che orrore parlare di soldi!”. Questo non significa privare i malati terminali delle cure e dell’assistenza: significa affrontare globalmente un problema complesso e spinoso come quello della politica sanitaria. In Italia, come già accennato, non si riesce nemmeno ad immaginare una legge non dannosa sul testamento biologico: d’altra parte siamo un Paese che non ha più un Ministero per la Salute… da noi la patata è bollita, più che bollente. E il “we can” sembra essere, in realtà, “they can”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie